La casa che mi porta via, Sophie Anderson

” Quando un libro incontra un lettore le possibilità sono infinite, come le stelle.”

Così chiude il libro Sophie Anderson, nell’ultima riga della pagina dei ringraziamenti. Così inizia questo scritto, che non è recensione, non è spiegare la storia lì narrata; è bisogno di lasciar uscire in modo compreso ciò che mi è rimasto dentro. Farlo vedere per vederlo.

Mi sento, non dentro al libro, ma con il libro dentro, e non so bene come usare queste ossa per comporre la mia storia personale. Come nella figura della copertina ho da costruire il mio steccato, attorno alla mia casa, usando queste ossa archetipe. Femori, peroni, vertebre e teschi. Non confondete il mio racconto con quello scritto nel libro di Sophie, che vi aspetta. Questo è un tassello di infinito scaturito dal mio incontro con “La casa che mi porta via”. Vi invito ad incontrare il libro e cogliere l’occasione di lasciare scaturire il vostro racconto, la vostra stella.

Dunque la casa ha portato via anche me, è in viaggio, corre sulle sue potenti zampone e io sballottolo di qua e di là come dentro un frullatore. In questo racconto così tanti piani, mondi, fasi della vita e ruoli si intersecano, da farmi sentire il capogiro. Mi sono immedesimata ovunque, è tutto come in circolo, tutto nello stesso momento, tutto parte e riflesso di me.

Baba Yaga, quanto la sento, quanto la amo. Qui è mostrata nella sua versione più dolce e potente. Non ha le espressioni terrifiche che spesso manifesta nelle storie. Terrifico potrebbe apparire il suo ruolo, il suo grande potere, la sua enorme forza nell’essere la prima e l’ultima ad accompagnare le anime tra i mondi. Non è niente di spaventoso tutto ciò, ma per l’umano lo è: nascere a nuova vita, morire.

Questa Baba Yaga è dolcissima, tenera, deliziosa, fortissima, vecchia e bambina. Di notte Maga, di giorno nonna, con le mani in pasta, il pentolone di Borsch che ribolle esce anche dal libro profumando la casa di zuppa. L’aspra bevanda, il Kvass, non manca mai, così come il Trost, liquore infuocato dei morti, per accompagnare il viaggio, forza ed energia dell’ultima bevuta. Una nonna che impasta, cucina, rassetta, strimpella la sua amata Balalaika. Ride e saltella come una bambina, accarezza come un’anziana, con mani antiche, eterne. Lei stessa pare una pagnotta calda e profumata, nutriente, ricca di memorie. Lievito Madre. E’ un personaggio che scivola tra i mondi, questa Baba Yaga. Personaggio che viene e va. Nel suo esserci, in tutte le forme, fa da fulcro a un movimento e un racconto che ruota attorno al pensiero di lei.

Marinka, la protagonista, con lei son tornata dodicenne. Ho ricordato tutto il dimenticato, ho rivissuto l’inquietudine, la solitudine, la paura, la frustrazione. Lo leggevo ad alta voce ai miei figli ed eravamo tutti presi dalla voglia di strappare le redini, volevamo che il racconto andasse più veloce, che facesse andare avanti le cose, capire come andava a finire! Il ritmo della narrazione, il suo soffermarsi sui particolari, ci ha fatto vivere la medesima frustrazione di Marinka che vuole scappare avanti, andare via, liberarsi dal tempo che inchioda. L’ho vista incespicare in pensieri e tentativi che solo un adolescente mette in pratica con così tanta convinzione. I miei figli di 11 e 8 anni erano stupiti, io invece la capivo benissimo, e dicevo loro: “Guardate che è così a quell’età, vedrete se non capiterà anche a voi!”

Marinka alla ricerca della propria identità, Marinka che vuol fuggire da un destino che sente non suo e non vuole spegnere la fiamma del desiderio che la guida, Marinka che si guadagna il proprio posto nel mondo camminando a piedi nudi su vetri taglienti, da sola. Quanta solitudine ci fa sentire Marinka. Quanta ne ricordiamo, quanta ne portiamo dentro. Marinka che ha bisogno di un recinto, Marinka che detesta il recinto e lo vuole fuggire, Marinka che si strazia e sbaglia tra un bisogno e l’altro, un desiderio e l’altro. Marinka che ce la fa.

La Casa. La casa che muta è la presenza che più mi ha stregato. E’ la prima volta in vita mia che la incontro descritta in modo così chiaro e vitale, è lei la vera sorpresa per me. In lei ho sentito il mio legame con la casa, il mio desiderio di appartenenza ad un luogo, il mio sentire che ogni casa si edifica sul proprio Spirito. Soprattutto ho sentito il mio essere genitore. Essere parete attorno, essere casa e pareti che contengono. Pareti flessibili e mutevoli, sensibili, capaci di trasformarsi in qualunque cosa, adattarsi ad ogni esigenza, mutare di conseguenza. Essere attenta, ascoltare ogni singolo pensiero, vibrazione, tenere d’occhio il figlio, amarlo con tutto il cuore, volerlo proteggere ma sapere di dovergli correre dietro, a distanza, lasciarlo provare. Anche ripigliarlo aggrappandolo con viticci e portarlo in salvo quando veramente si perde. Essere a servizio dell’altro, che è materia viva in costruzione e si mette alla prova sbagliando, sbattendo la testa contro i muri e facendo male a se stesso e agli altri. Respirare attorno alla creatura che dentro infiamma e incendia, scalpita, si nasconde, si fa del male e lo fa. Io madre, io figlia.

Un rapporto di interdipendenza amorosa che strazia e libera nel lasciare spazio alla crescita. Amore infinito. Ognuno integro e spezzato, ognuno ospite e ospitato nel cuore dell’altro, AmoreOdio, VitaMorteVita.

Nel rapporto tra Marinka e la casa, portato a tensioni estreme, rivedo il viaggio di ogni rapporto genitoriale (in tutte le forme genitoriali e di cura esistenti): essere parete che accoglie e contiene, sempre. Nel bene e nel male esserci. Anche quando pare ti si spezzino le ossa e si aprano crepe ai fianchi. Non solo qualità di presenza, anche quantità di tempo. Essere sempre casa attorno, che ascolta, e muta, registra, essere presenti per facilitare il viaggio dell’essere in cerca.

Infine, il percorso dentro questo libro di accompagnamento dei morti, elaborazione del lutto, avviene in modi e tempi tali da lasciare un senso di ineluttabilità e completezza. Poiché abbiamo vissuto lì dentro, atteso, sperato, accompagnato, insieme a Marinka elaboriamo ogni cosa, conosciamo il senso e la direzione del viaggio. Quando chiudiamo l’ultima pagina, siamo in pace.

In “La casa che mi porta via” v’è un sommarsi di memorie, memorie su memorie, storie che si uniscono a storie, fino a che tornano da dove sono scaturite e ritrovano pace; a quel punto non vi è la fatica di doverle contenere dentro una mente umana, limitata, che ha bisogno di metterle in ordine su carta. Per alleggerirsi un poco, come me ora.

Alla fine tutti torniamo all’origine delle storie. Quando le pareti si dissolvono, galleggiamo in un mare eterno e indefinito, in pace, illuminando e rilasciando un suono, silenzioso… meraviglioso…

…Ciao Casa

Grazie

La casa che mi porta via” Sophie Anderson, Rizzoli Editore, Giordano Aterini traduttore

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea il tuo sito web con WordPress.com
Crea il tuo sito
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: