Fiori di Kabul, Gabriele Clima

Guardando un video dell’attività dell’Etna di ieri, pensavo a quanto abbia a che fare l’Etna con “Fiori di Kabul”.

Ricondurre la questione femminile narrata nel romanzo, all’Etna nei suoi parossismi, chiede di trovare un tempo e un’inquadratura possibile. Dunque, se l’Etna è questo che vediamo in video, la domanda è: in quale posizione e porzione di tempo, quale elemento di questi mostrati racconta “Fiori di Kabul”?

Non ha forse compiuto questo viaggio Gabriele, nel suo percorso? Dalla lava de “La stanza del lupo” che deflagra esplodendo verso l’alto, a quella in “Black boys” che affonda e fa sprofondare nel nero, liquida e fredda come piombo. All’acqua e alla terra di “Con le ali sbagliate”, argilla.

Ora all’argilla viene sottratta l’acqua. Terra dura asciugata, privata di umidità e restituita sabbia, con il vento alzata e resa immagine, voce. E’ da questa immagine impalpabile, in continuo cambiamento, che si muove il racconto. La genesi, è dietro, si può vedere tra le righe.

Questo romanzo mi ha reso chiaro il perché la letteratura per ragazzi è accessibile e fondamentale anche per adulti: perché diverse possono essere le interpretazioni e là dove c’è una visione a misura di dodicenne, altre ne emergono con il crescere dell’età, della consapevolezza e della persona. Come il deserto in continuo movimento, sabbia che non stringi tra le dita, scorre, scivola. Resta solo l’immagine, ineffabile.

La questione femminile e il femminismo, la condizione della donna e dell’uomo, mi risuona molto con la presenza arcaica, potente, travolgente e femminile dell’Etna. Conosciuto come monte Mongibello, maschile, per ogni catanese l’Etna è femmina, una presenza viva e costante in continuo cambiamento, incontrollabile, grazia e tormento. Dunque la questione femminile, l’Etna, la lava, la potenza la bellezza e la violenza, la pioggia di cenere e lapilli, la creazione e la distruzione è maschio e femmina. Tutto in uno, dentro l’uomo e dentro la donna.

È troppo, Gabriele, se dico che hai apparecchiato il dentro di tutti noi, e che ognuno in sé deve considerare tutte le parti, e che questa proposta di liberazione del femminile dall’oppressione del maschile è più ampia di quel che appare, e che se tu riesci a dare voce alla femmina che è in te e al lupo, così possiamo fare noi, e che noi donne, anche noi donne, dobbiamo scovare il talebano che agisce dentro di noi, è troppo?

Le sento in me tutte queste parti. Tutte. Se provo a chiedermi nella mia vita qual è la parte talebana, assassina, vendicativa, fondamentalista, castrante e assetata di sangue, la ritrovo senza fatica:

Papà non ricevette nessuno quella settimana. Restò in casa tutto il tempo, coi suoi fogli, il suo lavoro, le cose da dover aggiustare, le persone da dover cambiare. E Dio, che pregava sottovoce, sgranando il suo tashih.”

Le cose da dover aggiustare, la persone da dover cambiare, secondo interpretazioni del mio Dio interiore, per ricomporre un paesaggio di mondo che corrisponda al mio credo indiscutibile. Ecco, il talebano in me.

C’è molto equilibrio in questa storia, equilibrato è l’insieme se preso in carico in ogni sua parte. Se mi identifico in una sola di queste figure non mi tornano i conti, non mi completo, non accedo alla forma geometrica, rimango figura piana, senza spina dorsale, organi cuore e cervello.

L’immagine che mi si è mostrata e che meglio rappresenta questo equilibrio è il dondolo, quello dei parchi formato da un lungo legno alle cui estremità ci si siede, andando su e giù passando per il centro. I pesi della madre e del padre alle estremità, al centro i due ragazzi, Maryam e Hamid. Potrei togliere uno solo di questi personaggi? Spostarlo, potrei?

Ho bisogno di tutte le parti per potermici riflettere, tutta quanta che sono luce e ombra, per potermi conoscere. Integrare dentro per integrare fuori.

Alcuni personaggi nei racconti di Gabriele, di libro in libro, si materializzano e scompaiono. Non ci indicano, sempre, che queste storie narrano anche paesaggi interiori? Guide sul cammino, energie che creano e distruggono, il dentro fuori e il fuori dentro. E allora ribaltiamo, la clessidra, lo spazio e il tempo, la donna e l’uomo, il dentro e il fuori, il giorno e la notte, la luce e l’ombra. Continuiamo a farli girare senza fissarne origine e provenienza. Dal dinamismo si genera unione che stempera gli opposti facendoli precipitare e tutti passare dal centro. Li compone in una forma perfetta tridimensionale.

Tutto è in noi, anche l’ Afganisthan. E la voce dell’acqua, che scorre in cortile. E le parole incollate ai sogni, come l’ombra ai piedi di Peter. Così noi abbiamo da ritrovare e annettere la nostra ombra, e le storie dentro le storie. In continua ricerca, ubriachi, ciechi, persi tra miraggi e realtà, sabbia negli occhi, luce, vento, eternità.

Non è questione di essere maschi o femmine, ma di giustizia, di giustizia e basta”

Di questo parla “Fiori di Kabul”.

*

Fiori di Kabul, Gabriele Clima, Einaudi Ragazzi, Collana Cartabianca

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