Sassi, Antonio Ferrara

Sassi, di Antonio Ferrara, è un libricino che non avevo mai visto. Mi è stato presentato come vero e proprio gioiello da Marina, s’andava sul sicuro, per dire. Ma quando l’ho visto ho vacillato un momento. Da quel vacillo inizia questo viaggio.

Non fosse di Antonio, consigliato da Marina, non l’avrei guardato due volte. Poi l’ho letto, e davvero l’ho trovato bellissimo prezioso e puntuale. Da quel momento quando vedo la copertina mi par di vedere un nido di uccellini appena nati, che non sono sto gran che a dirla tutta, ma sviluppandosi diventano meraviglie.

La meraviglia in questo racconto arriva subito, l’incipit è folgorante:

“ Non cominciare neppure. Lascia perdere, non è un libro per te. Parla di Markapur, la città dei bambini maledetti. Quelli come me. Cosa vuoi saperne “.

Ci chiama dentro e dice chiaramente, che non è roba per tutti, anzi, meglio lasciare, guarda un po’ di che parla? Di bambini maledetti. E mantiene la promessa, abbi fede.In qualche modo è un libro trasversale a tutte le età. Dai più piccoli di 9-10 anni, ai ragazzi, agli adulti, abbracciando diverse età e condizioni, evocando in ciascuno una storia diversa. Ogni momento è buono per sbarcare a Markapur, e parteciparne.

Non c’è modo di guardarlo o leggerne da fuori, non farsi coinvolgere. O tutto o niente. Non è un libro da leggere ai bambini, è un libro da leggere con i bambini. In qualche modo l’autore chiede subito un pegno: se vai avanti ci devi stare fino in fondo, avere il coraggio dello sguardo, delle parole, della dinamica che si apre passo passo. Forse perché lui è lì ai bordi, come al limitare del deserto, ogni giorno in attesa, pronto a prendere tutti per mano e accompagnare in quel paesaggio, sassoso che a raccontarlo ti si spezza la gola ogni volta. Per quello te lo dice, che non è un viaggio per te. Se non sei proprio sicuro, lascia perdere. Cerca un viaggio più facile.

Non è un racconto che toglie o trasforma il male del mondo. Lo mostra, lo siede a tavola, in classe con te, lo accovaccia a terra, lì accanto a dove vi siete riuniti per ascoltare storie. Inserisce nella storia patinata di mondo alla quale siamo abituati, il lato opaco, ruvido, arrugginito e tetanico, quello che vivono quegli altri là, quello che pagano con la loro vita giorno a giorno.

Ma da subito, una specie d’oro avvolge ogni sasso, il singhiozzare della terra picchiata: è la scrittura, la visione del mondo, la possibilità di curarsi delle cose del mondo raccontandole, trovandone il lato morbido a costo di fare acrobazie di sguardi, così come “il gesso è una pietra soffice, poco più densa della polvere e struscia e si consuma contro il freddo liscio della lavagna nera come una stella cadente contro il cielo”.

Il linguaggio, il modo di dare voce alle emozioni, il fuori che parla del dentro, il mondo capovolto, il dolore in primo piano come tappa imprescindibile da cui cominciare a raccontare e viaggiare, mi paiono un modo perfetto per iniziare un anno scolastico che nasce privo di attrattive, – come gli uccellini implumi nel nido – ma ricco di speranza, sogno, desiderio di prendersi per mano e vedere un orizzonte oltre l’orizzonte, imparare a sognarlo e costruirlo insieme.

Una volta chiarita la cornice ruvida e impietosa del testo, altro non resta che dire della scrittura che arriva colorata di luce chiara, limpida come diamante e gorgogliante come acqua che sgorga da un pozzo nel deserto, scioglie i sassi nel cuore:

“ Amal legge, e un sorriso triste gli si impiglia alle labbra. Legge parole saporite, parole inzuppate nel cuore, ne legge tante, tante che non basta una vita per gustarle tutte. Tra gli odori lenti e scivolosi della notte ogni parola plana come una piuma nel nero del cortile, come un fiore sbocciato in pieno deserto, in questo posto perduto, secco, dove strade e rotaie non arrivano. Amal versa per terra nel buio un germe di luce rassicurante, una semenza sconosciuta“.

Il racconto, la lettura, il richiamo delle storie, sono balsamo per le ferite, direzione, cura della comunità, toppe per tessuti e cuori sdruciti, per villaggi interi feriti e perduti. Così la scrittura, la scuola, la visione. “Versare per terra nel buio un germe di luce rassicurante, una semenza sconosciuta”.

E’ un racconto piuttosto breve, e denso. Asciugato e intenso, sangue sudore sabbia, dolore, mancanza di tutto, ruvido e nero, così vicino al bordo perduto delle cose che con la coda dell’occhio lascia intravedere il suo opposto, la possibilità di redenzione. La luce che sgorga improvvisa e quasi trafigge, anche lei, punge.

Il progetto grafico è bellissimo, a tratti preponderante, ti par di dover scavar fuori le parole come la ghiaia dai sassi, appuntendo lo sguardo, separando lo scritto dal disegno. Non te ne accorgi, ti accompagna come scenario preesistente alla parola. Come quando ascolti una storia all’aperto e non badi al cielo ai tetti alla case e ai gatti, ma sono lì, fanno parte, non stanno da parte.

Così noi

Facciamo parte

Non stiamo da parte

*

“Sassi”, Antonio Ferrara, Fatatrac edizioni, Ph Marianna Cappelli

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