L’estate dell’incanto, Francesco Carofiglio

Così ho cominciato a leggere “L’estate dell’incanto”, ad alta voce. Ad assaporarla, cercare sintonia, ritmo. Sebbene la lettura ad alta voce richieda più attenzione e lentezza, tornata a casa ho ricominciato a leggere da capo, sempre a voce alta, rallentando ulteriormente, tornando continuamente indietro, appoggiando la voce alle parole, lasciando spazio ai silenzi, ascoltando quel che volevano farmi ascoltare.

M’è parso di cercare una sintonia radio, con un tempo e una dimensione altra. Nel farlo era come alzare il braccio del giradischi e cercare con la puntina l’esatto punto nel solco. Appoggiarlo, sentirlo gracchiare, il suono pian piano arrivare, da molto lontano. Sistemare la sintonia, rallentare ancora, ancora, e ancora. Fino a fermarsi. Trovare il silenzio.

E’ da quel silenzio che esce il suono. Se trova la risonanza giusta, il giusto spazio, esce.

Ho dato voce alta a questo libro per più di 80 pagine. Chiusa da sola nel bagno per sentirlo risuonare in quel posto piccolo e protetto. Avanti e indietro, avanti e indietro. Ogni tanto ne registravo un pezzo in vocale e spedivo ad altra amica, scrivendo: – Ma che storia è questa!?

Questo racconto è per me un’esperienza, grandissima. Non per quello che c’è scritto, ma per come è scritto. E per l’infinito piano da cui è scritto.

Della trama e dei personaggi di un libro scrivo sempre il meno possibile, basta cliccare due volte in google per trovarli, ma è sempre meglio leggerli di prima mano dall’autore, penso. Di questa storia, precisa, preziosa, visionaria, quello che continuo a pensare – sono a pag 217 di 268 – è che lì sotto potrebbe essere raccontata questa come altre mille storie, ma non è quella la storia che più conta, per me.

E’ come se ci fosse una storia altra, principale. E’ raccontato un mondo e un modo di sentire, un interfacciarsi di linee di tempo, di vite, di memorie che risuonano continuamente nello spazio e nel tempo. Questo mondo genera il racconto. E’ come essere nella camera di regia e vedere dove tutto si origina, qual è il pensiero, lo sguardo, l’energia che tutto immagina e coordina. Ed è rimanere incantati da questa visione da cui muove la creazione. Qualcosa che senti nella linfa e nel sangue, nelle fibre del corpo, e del tempo.

Non so come dire. Caspita. E’ un sentire potente. E’ un leggere che non è leggere, è dare voce a un racconto. E per dare voce, io, dovevo cercarla quella voce, lasciarla emergere. Risuonare

Così, mi sentivo come sulle spalle di chi ha scritto il racconto, e vedevo lui sulle spalle di una fila di altri e altre attraverso cui passava il racconto. Una lunga fila di memorie passate a staffetta, da una generazione all’altra. In quel momento, davo voce, al racconto che arrivava così profondo da giù.

Avverto anche severità dentro questo scrivere preciso, questo sguardo implacabile. Come se non vi fosse modo di accedere, al sotto, se non facendo a nostra volta uno sforzo severo, di concentrazione, di ascolto, di disciplina, di qualcosa che si tende per ascoltare, sentire, lasciare il tempo alle parole di farsi, disfarsi, trasformarsi in suoni, odori, colori, sensazioni, emozioni.

E come altro posso chiamare, tutto ciò, se non

INCANTO

Sono sotto incanto.

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Grazie

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