Casa Lampedusa, Antonio Ferrara

A volte leggo libri che mi piacciono moltissimo, e ne scrivo. Altre leggo libri che mi piacciono moltissimo, non ho forze per scriverne e me la filo. Altre leggo libri che mi piacciono moltissimo, non ho forze per scriverne e me la filo, ma cala come una zampata dall’alto che m’inchioda e chiede: -Dove credi di andare?

-Non ce la faccio, a metter giù una cosa forte a sufficienza, è troppo difficile.

-Fallo lo stesso.

*

Ho letto Casa Lampedusa tre anni fa, in una notte in cui ho pianto molto. Credo fosse l’inizio di un percorso di presa di coscienza di quel che succede in questo nostro mondo. Paiono passati mille anni, c’è stato un tempo così vicino in cui era possibile nascondersi al mondo, far finta di non vedere, oggettivamente non capire. Ci son voluti anni, e ancora ne servono, per accettare di aprire gli occhi del capire, comprendere, fare proprio. Vero è anche che la prossimità dei fatti e delle vicende politiche di molto ha aiutato, è ben difficile decidere giorno a giorno di non vedere.

Negli stessi giorni questo libro lo lessero mio marito e il nostro primo figlio. Da allora, a ritmo sempre crescente, di Lampedusa e di Casa Lampedusa parliamo a spron battuto: è Lampedusa tutti i giorni.

Aspettavo -temevo- il momento di rileggerlo. L’ho letto in questi giorni ad alta voce al secondo figlio, che subito m’ha detto: – Mamma ma io questa storia la conosco già!

– Ne abbiam parlato tante volte e ne hai sentiti tanti pezzetti, da Antonio, dai video, nelle letture, ma non l’hai mai ascoltato tutto.

Siamo quindi entrati in questa narrazione così familiare, così conosciuta in tante sue parti. Cosa ci ha stupito dunque?

La prima cosa che ci ha trafitto al cuore è stato leggere di come gli isolani accorrano in massa a soccorrere i naufraghi, morti e vivi, a portarli in salvo sulla terraferma. Questa raccolta e salvataggio dal mare, se tre anni fa mi pareva di suo terrificante per il fatto che dovesse avvenire, quest’oggi m’è parsa terrificante per il fatto che avvenga contro la legge, o non avvenga. E’ stato terrificante sentirmi il futuro distopico del libro. Per la prima volta leggo un racconto, angosciante, e scopro che quella narrazione ha un aspetto umano bellissimo che nel mio presente è messo in discussione. Dunque il mondo reale di ora è il futuro distopico del libro. Si è capovolta la narrazione. Il futuro distopico siamo noi. VERTIGINE

Da quel momento nel mio strambo immaginario è come si fossero spostati i piani e il focus vitale, sento e vedo la storia dentro al libro come fosse viva, vi vedo tanta vita, calore, accoglienza, dolore e accoglienza del dolore, ed è come vedessi figurine minuscole lì dentro che si danno un gran daffare in ogni momento. Avendo anche letto in questi giorni “Diario di scuola” di Pennac, si sono incontrare le storie e vedo chiaramente le figurine del libro di Antonio che si muovono e corrono e lavorano e vivono a lato delle pagine come Pennac le disegna da sempre nei suoi quaderni e diari. Un fermento di vitalità, e colore, calore, e fuoco. Fuocoammare.

Di contro, qui fuori è sfondo grigio e fermo, senza vita, senza calore, senza amore.

La narrazione di Antonio è come sempre limpida e coinvolgente. Posso descriverne il richiamo dai movimenti di Davide nell’ascolto: spesso gioca a lego intanto che leggo, ascolta con attenzione, costruendo. Ieri si è posizionato nella parte più lontana del salotto, volevo leggergli ma ero stanca, mi pesava dover far arrivare la voce fin là, di un racconto che di suo mi prova. Gli ho detto: – Senti Davide, o vieni più vicino o chiudo, mi stanca far arrivare la voce fin lì, stasera non ce la faccio.

Miracolosamente il boy rinunciava ad opporsi per avvicinarsi, poi man mano sempre più vicino, fino a che ha mollato tutto e si è seduto sul divano accanto a me, sotto la coperta, mani ferme e sguardo alle immagini che gli si aprivano davanti agli occhi, poi, quando nel silenzio nulla più sentiva, dai mamma non fare così non piangere, dai, vai avanti. E io con sto magone per la vecchietta che arriva col passeggino, gli ho detto, dai Davide questo pezzettino leggilo da solo, che mi scendevano le lacrime. E lui s’è finito il pezzetto da solo. Poi ho ricominciato.

E’ così.

Di Lampedusa mi rimane questa immagine di isola in mezzo al mare distesa, a gambe aperte, eterno travaglio e parto, umanità che le passa attraverso, e la percezione precisa, profonda e antica, del femminile che nel limbo del parto dà vita e morte. Non c’è alcun orpello che possiamo mettere sopra al passaggio della vita nel tunnel del parto e dei mondi, del mare in tempesta, niente che non sia Splendore della vita che rinasce al mondo, e Terrore della vita che viene strappata al mondo. L’archetipo del femminile che crea e distrugge, dà e toglie, sa far nascere con immenso amore, e far morire con determinato orrore. Posso osare di scrivere di più? Fermiamoci qui.

Lampedusa, incarnazione e disincarnazione dell’essere umano. Lampedusani che vivono nel grembo della Dea portatrice di vita e morte, sono a suo servizio, da sempre e per sempre.

Bum!

Torniamo all’oggettivo.

A distanza di anni nel libro ho riconosciuto tanti fatti e persone e progetti che nel frattempo ho conosciuto o so essere parti romanzate di fatti reali, ma di più, li conoscono anche i miei figli: il medico Pietro Bartolo, alcuni fatti raccontati in casa Lampedusa sono raccontati da lui in interviste scritte e video, il progetto Ibby di accoglienza e ristrutturazione culturale attraverso gli albi illustrati, il documentario fuocoammare che non abbiamo ancora trovato coraggio di vedere, i riferimenti storici degli sbarchi più terribili e dolorosi, le rimembranze… Potrei scrivere ancora ma già mi son dilungata rispetto alla mia idea di recensione che sia ponte che accompagna, in biblioteca o libreria per immergersi nella storia.

Credevo di non aver più niente da dire su Casa Lampedusa, meno che mai scriverne ancora. Invece più di tutto quello che ho scritto fin’ora, ciò che ho sentito è che dovremmo prendere questa storia, appostarci agli angoli delle strade, delle piazze, ai crocicchi, e darle voce alta. Leggerla al mondo. Farla risuonare nel mondo. Come si metteva un disco di vinile sul piatto, si posizionava la puntina nel solco e se ne ascoltava uscire il suono, gracchiante come di passi nel deserto. Ma vivo. Girando nei solchi il suono, a spirale s’allarga al mondo e nel mondo, vibrando e creando.

Dobbiamo Dare Voce

*

Scritto il 27 novembre 2019

“Casa Lampedusa”, Antonio Ferrara, Einaudi Ragazzi

Fuocoammare è un documentario del 2016 diretto da Gianfranco Rosi, premiato nello stesso anno con l’Orso d’oro per il miglior film al Festival di Berlino, che ha per oggetto l’isola di Lampedusa e gli sbarchi di migranti che la interessano. Candidato all’Oscar nella sezione “miglior documentario”.

Intervento del Dott. Pietro Bartolo, Dirigente Medico del presidio Sanitario di Lampedusa al Congresso MoReMED. Il Dott. Bartolo, invitato dal Comitato Organizzatore del primo congresso studentesco medico in Italia, ha accolto con entusiasmo la possibilità di raccontare ad una platea di raccontare ad una platea di più di 800 persone tra professori e studenti, la sua esperienza di medico a Lampedusa e la vita dei tanti migranti che sbarcano su quelle spiagge.

Leggi “CLANDESTINO” graphic novel

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