Addio Fantasmi, Nadia Terranova

Lettura come rubinetto che perde, goccia a goccia, dall’inizio alla fine del romanzo. Ritmo lento, costante, umido, che ti entra nelle ossa, chiede di accompagnarlo. E risuona, come gocce d’acqua nel cavo di una grotta scandiscono il tempo del cadere: continuo, inesorabile, eterno.

Un dolore custodito, raggelato. Mantenuto vivo nel ricordo e nella ripetizione di momenti, rituali, ricapitolazioni notturne di gesti che alla luce del giorno s’aggrappano alle crepe dei muri, per lasciarsi andare nella notte, nei momenti di quiete, negli spazi tra le cose. Un’agonia senza luce, senza fine. Tutto è fermo, il tempo si morde la coda e ritorna al momento di ieri, ogni giorno si ripete senza arrivare a domani.

Pagina dopo pagina la scelta è di entrare, leggendo, nelle dinamiche del dolore, sentirsele dentro e addosso come muschio che s’imbeve e tutto copre, attutisce, nasconde. Tiene freddo.

Il big bang da cui origina il racconto è un’esplosione che sovverte l’ordine delle cose: i corpi non ospitano più le emozioni, i nomi non stan più attaccati alle persone, i punti fermi alle ossa. I familiari spariscono, i vuoti risuonano, i silenzi assordano. Il caos ricade e sedimenta, formando un callo, un dorso duro e aspro di inviolabile rabbia, colpa, attesa.

Dentro tutto tace. Fuori tutto grida.

E’ tirannico il volere preciso delle memorie che permangono ai corpi. I nomi vogliono essere evocati, gli assenti chiamati, serviti a tavola. La casa è parete viva e complice del disfarsi e conservarsi. Si eleva come colonna vertebrale in uno storpio. Arcuata nei piani sbagliati, scomoda, ombrosa, dolente. Arrabbiata. Un’architettura trascinata e stanca, sgraziata. Casa diventata corpo. Corpo diventato casa.

Strano è, poi, ritrovarsi. Specchiarsi in quel modo ostile di ripararsi nel dolore rinforzando pareti ogni giorno. E specchiarsi nello sguardo dell’amica che non ci sta, che racconta dentro al libro quello che senti, tu, aver vissuto anni fa. Scritto meglio di come l’avevi compreso. E lo senti che ti appartengono entrambi i personaggi. Sei lei e l’altra. Sei la scenografa, gli abiti, i tavoli, le sedie. L’umido nei muri e nelle ossa.

La via d’uscita è nel riconoscimento del dolore altro. In questo libro, dove il dolore è avvolto in sé stesso e difeso, nutrito, custodito, il dolore degli altri è stupore che, come grido nella notte, squarcia il buio e infrange corazze. Si può partecipare dello scorrere della vita, smettendo di aggrapparsi a sé.

Non siamo soli, non siamo eterni. Il nostro dolore non è tutto, del mondo.

Alla fine del libro le domande della protagonista rimangono in me, il suo dispiacere è il mio. Il pezzo mancante non è tutto, ma sempre mancherà.

*

Addio fantasmi”, Nadia Terranova, Einaudi, stile libero big

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