Qui c’è tutto il mondo, Cristiana Alicata, Filippo Paris

Qui c’è tutto il mondo, e se non tutto, davvero parecchio.

Il mondo graphic è caratterizzato e complesso tanto quanto le narrazioni scritte. Si tende a immaginare che, perché fumetto, sia alla portata di tutti e per tutte le età, ma non è così. L’impatto grafico e la narrazione per immagini sono altrettanto forti e variegate quanto scritti e manoscritti, non tutto è per tutti e non tutto piace a tutti.

Questa grapich mi ha stupito per la familiarità che ho sentito emergere in me: sentirmi come a casa, come tornando indietro nei ricordi di bambina. Sebbene alcune delle dinamiche narrate non le ho vissute, nel fumetto mi sento osservatrice all’altezza, invitata in una storia che potrebbe essere anche mia.

Si entra nel racconto come calando dall’alto, con calma e misura, una sorta di adattamento che in qualche modo contraddistingue tutta la narrazione: il tentativo, il bisogno, il dovere di adattarsi.

E’ quasi sconvolgente la quantità dei temi trattati, e la profondità, tanto più che a ben guardare non è che sia stato raccontato granché a parole. C’è una pienezza di senso che riempie, in qualche modo fuoriesce dalla tessitura tra immagini e parole. Forse è la scenografia che emerge, immensa, un terzo che narra e si apre dietro le quinte. Dietro parole e immagini, sostiene, aperta come tela d’aquilone.

Tutto è naturale, gli stessi temi organizzati a tavolino tutti insieme sarebbero parsi, credo, assurdi, esagerati, inverosimili. Qui è il contrario. Raccontano uno spaccato di reale che è vero perché è vero. È talmente vivo da risultare armonico, la realtà supera la fantasia, il non senso e non giusto ha un disegno preciso all’interno del gioco del mondo. Che piaccia, o meno.

Ci si ritrova negli anni 80 del secolo scorso, se li abbiamo vissuti, ma ci si trova anche se ragazzini di oggi. Si ritrovano radici, si conosce uno spaccato di mondo che per quanto lontano è ieri l’altro, il mondo dei genitori che non sempre si fermano a raccontare.

Il razzismo degli anni 80, mostrato in una zona di provincia del nord – Stezzano, Bergamo – quando l’uomo nero era il terrone, quando nasceva la lega, quando si voleva cacciar via quelli del sud. Il vivere dei ragazzini di quegli anni in una cittadina di provincia, le differenze di classe. Il senso e le radici tramandate dai nonni: fili che si spezzano, si riannodano, si perdono. La paura della terza guerra mondiale, la bomba atomica. Il dolore dell’essere giovani, del doversi adattare al mondo dei grandi e allo sguardo, alle aspettative di tanti.

L’identità di genere mostrata in modo mirabile, così naturale, così faticosa nell’adattarsi all’identità stereotipata sociale, senza scelte, senza possibilità di divergere.

Le bambine di questo racconto sono perfettamente coerenti con se stesse, ma due su tre non corrispondono al nostro immaginario di mondo, quello che ci insegnano a scuola e nella vita. Se le cerchiamo negli exercise book, se “at five o’clock it’s time for tea” arrivano loro, le rimandiamo indietro a cambiarsi. A cambiare se stesse.

C’è un tema portante e nodale, mostrato con delicatezza grande quanto la forza che lo mostra chiaramente, in un modo possibile anche per i ragazzini, reale, svelato. La malattia mentale, che già di suo è un tema, la malattia mentale della madre, che è un tema incastonato al centro, tema nodale di per sé.

Il punto di vista nella narrazione è affidato alla protagonista bambina e ai suoi amici, è lo spaccato di vita dei bambini mostrato da loro stessi. Noi lettori non solo vediamo dagli occhi dei protagonisti, ci troviamo anche ad essere l’altro bambino accanto a loro. Ma il punto di vista non m’è parso alla loro altezza, ho sempre avuto l’impressione di guardarli da sotto in su, come fossi ancor più piccola di loro, come mi mostrassero il loro mondo, a me più piccola, tenendomi per mano. Mi ha fatto sentire chiamata, accolta e accompagnata in ogni scena.

L’altro punto di vista grafico è dall’alto, uno zoom che mostra la vicenda da sopra mostrando i personaggi e il loro muoversi nella scena. La scena si riempie di umori e visioni, a tutto campo e da un punto di vista esterno. Per questo lo trovo accettabile e tagliato su misura dei ragazzini, perché mostra tanto ponendo sempre il lettore in una traiettoria di sguardo che gli consente di vedere senza essere al centro della scena, tenendolo sempre al sicuro.

C’è delicatezza in tutto questo mostrare, e la veridicità di uno spaccato di mondo pieno di vita, in tutte le sfumature e proposte di un bizzarro che quando ci si mette, è proprio vita. Non ti cade addosso a 18 anni, il mondo, ti ci trovi dentro quando accade, quando cadi nel mondo.

Molto mi ha interessato vedere portare alla luce un tema complesso quanto la malattia mentale in famiglia. Un tema che fa parte della vita di tanti, di cui si cerca sempre di non parlare o meglio di non vedere e voler partecipare se si è fuori da quel contesto. Quanto è importante e forte toccare con mano il tema della madre, che non sempre riesce ad essere ciò che lo stereotipo di madre proietta su di lei. A volte, l’esatto contrario.

Si genera questa graphic da una narrazione più ampia, un romanzo di Cristiana Alicata dal titolo “Ho dormito con te tutta la notte”. E’ questo il primo capitolo del romanzo.

Una storia di formazione, si dice. Una bella forma di storia possiamo anche dire, che forma, con delicatezza e bellezza, sguardo limpido e onesto.

Grazie

*

Qui c’è tutto il mondo”. Cristiana Alicata scrittrice, Filippo Paris illustratore, Tunué editore

Una bella e particolareggiata video intervista con Elena Giorgiana Mirabelli, Cristiana Alicata e Filippo Paris, a cura di Cosenza Comics and games

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