VOLOVIA, Antonio Ferrara

‘Volovia’ l’ho letto lo scorso anno, non l’avevo commentato sperando che lo facesse qualcun altro, ce n’erano di cose da dire. Ieri il libro è caduto dallo scaffale e ha lasciato una riga sul muro, quando mi sono chinata per cancellarla ho visto scritto: “Sono ancora qui, eh, non è che le cose si son fatte da sole”.

Lo temevo

La mano che ha scritto ‘Volovia’ ha abbassato il lamento di fondo, tipico del nostro tempo, e rimodulato le frequenze per intercettare una storia che in genere non viene raccontata, nemmeno dal protagonista. Perché non la vede, il protagonista non si vede. Come il cardellino del romanzo a cui trafiggono gli occhi, perché resti nella cajola appesa al muro a cantare il suo dolore.

Leggendo si vede con chiarezza la trama della vita dei protagonisti. Ma è quel chiaro che fa male agli occhi, ché, quando tutto è buio li teniamo bene aperti, ma quando è tanta luce rimaniamo accecati, e gli occhi li chiudiamo forte.

Saverio ha sedici anni ed è un figlio di Napoli. È figlio della città prima che dei suoi genitori, perché la città è protagonista, e regista, e Madre. Madre che non lascia crescere i suoi figli, non li lascia andare. È la deità a cui tutto si volge e sacrifica. Poi, Saverio è figlio dei suoi genitori e fratello di Ida.

Suo padre viene ucciso da una pallottola vagante, non è strano a Napoli, no? E Saverio ne eredita il lavoro: costruisce bare, seppellisce morti. E quanti sono i morti a Napoli, quanti. E quanti maschi, tanti tanti maschi. Perché muoiono ammazzati così tanti maschi?

“Perché son cattivi” direbbero i lettori. E allora se i maschi son cattivi le femmine sono buone?

“Sono i maschi che hanno le mani sporche di sangue”.

Ma non basta, dirlo così, non basta. Non finisce qui quello che è cominciato altrove.

In ‘Volovia’ ci identifichiamo con Saverio, un ragazzo solo e taciturno che si fa carico di madre e sorella, senza lamentarsi, perché crede che sia la cosa giusta da fare. Crede di non avere scelta. C’è bisogno, ma il bisogno di restare per nutrire la famiglia non è suo. Il suo bisogno è complementare al suo desiderio: andare via, lasciare la città, trovare un amore, costruire una nuova famiglia svincolata da quella di origine.

Certo, prima che tutto accadesse una scelta l’aveva intravista: l’incontro con Zara, il desiderio di lei, di scappare di casa e dalla città, di andare incontro a una vita tutta per sé. Ma la visione è scoppiata come una bolla, e per terra non ha lasciato l’arcobaleno del sapone, ma il sangue del padre. Il corpo del sacrificio.

Così Saverio eredita il peso del sacrificio, diventa il corpo del sacrifico. Nello spegnersi del suo desiderio di vita si accende il suo bisogno di morte.

A Napoli, e non solo, il maschile è spesso corpo del sacrificio, che sia steso a terra in una pozza di sangue o che sia impegnato a pagare debiti eterni, debiti di sangue e di famiglia innanzi tutto. E bisogna dire anche questo, dare voce al dolore e alla prigione del maschile.

Certo, c’è il sacrificio del femminile, ci sono i femminicidi, c’è il patriarcato, certo. Ne scrive spesso anche Antonio e a questi temi dedica di continuo libri e articoli, di continuo tiene corsi e conferenze sulla violenza di genere e sul femminicidio.

Con “Volovia” aggiunge un tassello alla forma del reale, importantissimo per comprendere l’intera immagine del sociale, la geometria della tela familiare.

L’abbiamo visto bene, mi chiedo?

Il materno, inteso anche come città, come modello divorante, sia esso incarnato da una madre o da un camorrista che si prende cura ‘amorevolmente’ dei cittadini, imprigionandoli. Il materno così ben evocato dalla citazione di Louise Bourgeois in esergo al libro. Andiamo a vedere l’immagine della sua “Maman”, la gigantesca scultura in bronzo alta dieci metri e larga altrettanto, l’enorme ragna simbolo della madre onnipotente che protegge i propri figli nella tela. “Maman”, che porta le uova nel sacco e non le libera mai.

È controverso il materno, ha in sé creazione e distruzione.

Il ragno è il simbolo dell’energia femminile, della forza creativa che tesse modelli di vita, siano essi di luce o di ombra. È una ragna, a dirla tutta, e ha un potere immenso.

Quando crea a servizio del collettivo umano è la benedizione più grande che si possa immaginare. Ma non sempre è così, non siamo sempre così noi donne, e dobbiamo conoscere la figura bifronte che ci muove dall’interno.

Una ragna che crea per nutrire sé stessa è perfettamente rappresentata in IT, di Stephen King, altrettanto ben rappresentata in tante sculture di Louise Bourgeois. Quelle ‘caricature’ permettono il risveglio, servono a lasciare un tassello di paragone, qualcosa da conoscere per riconoscere. Nel nostro quotidiano difficilmente il femminile che tesse nell’oscurità è visibile agli occhi. Eppure ci piace quando è il Piccolo Principe a dire: “L’essenziale è invisibile agli occhi”. Eh.

Dunque, accostiamoci a Saverio in questa sua storia, stiamogli accanto, ascoltiamo il suo dolore. Osserviamolo anche, perché è questo che ci chiede.

Dando voce al maschile, questa storia mostra anche il femminile, meraviglioso e infame come Napoli. Feroce.

Louise Bourgeois mette in scena la ragna, Maman, e dice che tutto si può rammendare. Certo, si può rammendare ciò che è stato strappato, ma non è obbligatorio. E per rammendare bisogna che prima qualcosa si strappi.

Bisogna che il sacco che tiene chiuse le uova si rompa, e che le uova siano libere di rotolare nel mondo. Ci sarà tempo per rammendare, e ognuno dovrà occuparsi dei propri strappi; rammendi che dicono della ferita e sono anche la cura, dice Ida nel romanzo.

Definirei questo libro un dispositivo di educazione sentimentale, si rivolge a tutte le età: a ragazzi e ragazze, a uomini e donne. È come un grande lago osservabile da diversi pontili, da ognuno di essi si accede a un punto di vista diverso sul piano orizzontale. Quel che scorre sotto la superficie del lago, invece, è eterno e immutabile, ed è pericoloso. Mai sottovalutare, mai.

Amo molto la scrittura di Antonio, ne amo la poetica, la cura finita delle frasi. Sono libri che si leggono in poche ore i suoi, a me durano giorni. Vado avanti, torno indietro, mi fermo a osservare riga per riga, frase per frase. È tutto lì ed è tutto chiarissimo, tutto quello che avanza è stato tolto. Mi fermo a guardare, riguardare, vedere la trama e l’ordito.

È una scrittura limpida che sgombra il campo al torbido, basta fermarsi a osservare e si vede tutto ciò che muove sotto.

Ma bisogna fermarsi, ascoltare, osservare.

A volte, per raccontare di quel che si è visto, bisogna aspettare un anno.

*

Volovia”, Antonio Ferrara, Einaudi Ragazzi

3 pensieri riguardo “VOLOVIA, Antonio Ferrara

  1. Pare un poema, sono certa lo sia. Mi interessa moltissimo, quanto ci può dire di noi stessi? Delle nostre piccole famiglie, anche? Ho l’impressione che ci aiuti a capirci, però è una fatica che costa, lo ammetto, andare così in profondità. Altri oltre a me non avrebbero talvolta la tentazione di stare in superficie? Per soffrir meno…

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    1. Tutti abbiamo la tentazione di stare in superficie, di vedere meno e di soffrire meno. Ma in genere questa formula è corta, come le coperte che ti lasciano fuori i piedi o le spalle, e prima o dopo il conto si paga. Però, voglia di scappare altroché!

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