IT, Stephen King

ANALISI DELL’INCIPIT di “IT”, Stephen King

Nella struttura del romanzo il tempo si alterna con capitoli che accanto al titolo hanno l’anno di riferimento, il primo capitolo è ambientato nel 1957, il tempo storico presente nel romanzo è il 1984. Nel colophon vedo che il coyright di IT è registrato nel 1986, quindi il tempo presente del libro è il tempo dell’autore nel momento in cui ha scritto IT.

Il terrore che sarebbe durato per ventotto anni, ma forse di più, ebbe inizio, per quel che mi è dato sapere e narrare, con una barchetta di carta di giornale che scendeva lungo un marciapiede in un rivolo gonfio di pioggia”.

La prima parola nominata è ‘terrore’, apro il libro e King me lo presenta chiaro e preciso, e mi dice pure che durerà 28 anni, ma forse più, quindi lo delinea su una linea del tempo lunghissima e nemmeno finita, è vaga e aperta. A questo punto mi dice quando il terrore ebbe inizio (dopo che mi ha fatto spalancare gli occhi sul presente – il terrore è qui e ora – mi ha detto che durerà per 28 e più anni, e io ho occhieggiato lì avanti la promessa di lungo dolore) e con la mente mi fa fare una specie di percorso circolare, dal qui e ora, al dispiegarsi del futuro in una traiettoria che direi curva perché poi torna indietro e mi riporta all’origine: un cerchio.

Nel ritmo, la prima parte è più respirata, lenta e riflessiva, giusto per fare aprire bene il significato di un terrore lungo una trentina d’anni; poi quando torna a raccontare del punto iniziale pare l’azione cominci per noi e che la barca si muova davanti ai nostri occhi: la barchetta di carta scende lungo il marciapiede in un rivolo gonfio di pioggia e noi le corriamo dietro, non ci sono virgole, pause, interruzioni. Quando la inserisce nel nostro sguardo, la barchetta stava già scendendo e altrettanto prosegue a fare. In sintesi quando la barchetta arriva dentro il raggio del nostro sguardo stava già viaggiando, viaggiava prima dell’apertura del libro, tutto ciò si doppia splendidamente con il finale del capitolo dove la barchetta esce dal racconto per continuare a navigare, anche qui scritto senza virgole come in un flusso continuo – una virgola solo quando si ferma per valicare il confine del Maine-libro e uscire dalla storia:

Tutto quel che so io è che galleggiava ancora cavalcando la cresta dell’inondazione quando varcò i confini municipali di Derry, nel Maine, uscendo per sempre da questa storia”.

*

La barchetta beccheggiò, s’inclinò, si raddrizzò, affrontò con coraggio i gorghi infidi e proseguì per la sua rotta giù per Witcham Street, verso il semaforo che segnava l’incrocio con la Jackson. Le tre lampade disposte in verticale su tutti i lati del semaforo erano spente, in quel pomeriggio d’autunno del 1957, e spente erano anche le finestre di tutte le case. Pioveva ininterrottamente ormai da una settimana e da due giorni si erano alzati i venti. Allora quasi tutti i quartieri di Derry erano rimasti senza corrente e l’erogazione non era stata ancora ripristinata”.

La barchetta di carta, già dal suo apparire nelle prime righe, introduce un immaginario bambino, dove c’è una barchetta di carta dovrebbe esserci un bambino, e a dirla tutta pare introdurre il bambino che l’ha confezionata e che la segue ancor prima che egli appaia, noi sappiamo che da qualche parte c’è: o sta correndo dietro alla barchetta o da qualche parte ha lasciato andare la barchetta per il suo viaggio, ma il bambino è già presente nella storia e nel nostro immaginario.

In queste poche righe e attraverso il muoversi della barchetta King sta facendo muovere noi, anche ci sta introducendo nel territorio, lo sta mappando e noi dentro ad esso, noi che corriamo dietro la barchetta, forse il bambino siamo anche noi.

La barchetta che beccheggia, s’inclina, si raddrizza, ha un che di epico, pare la nave di Moby Dick, non una cosa minuscola di carta, e quando di essa dice: “Affrontò con coraggio i gorghi infidi e proseguì per la sua rotta giù per W. Street…”, acquista un’aura umana, diventa il correlativo oggettivo di un essere vivente che sta compiendo un viaggio. “Affrontò con coraggio i gorghi infidi” anticipa tutto del viaggio, di noi, e del personaggio dentro la storia.

A questo punto inserisce un semaforo, dimensione verticale, con tre lampade di cui dice chiaramente “verticali” disposte su tutti i lati del semaforo. Non ci dice di che colore è il semaforo, non sappiamo se è accesso o spento, ma messi così in questo punto i quattro pali paiono quattro guardiani della soglia, e il messaggio che ne arriva è chiaramente uno STOP.

Ci dice che i lampioni e quindi anche il semaforo sono spenti, così come le luci nelle case. Non ci dice che tutto è buio, dice che tutto è spento, pare qualcosa di diverso dal buio, pare un mondo fermo, spento. Il mondo è spento. Ecco.

Pioveva ininterrottamente da una settimana e da due giorni si erano alzati i venti”, introduce elementi che portano tanta sensorialità e dipingono il paesaggio: umido, freddo, vento che spazza, elementi che volano, movimento verticale della pioggia che scende e orizzontale del vento. Grigio, mancanza di luce.

Un bambino in impermeabile giallo e stivaletti rossi correva allegramente dietro alla barchetta di carta. La pioggia era tutt’altro che cessata, ma la sua violenza si andava finalmente allentando. Tamburellava sul cappuccio giallo del bimbo e suonava alle sue orecchie come pioggia su una tettoia: un rumore amico, quasi intimo. Il bambino con l’impermeabile giallo era George Denbrough. Aveva sei anni. Suo fratello William, conosciuto fra i ragazzini della scuola elementare di Derry (e anche fra gli insegnanti, che mai avrebbero usato quel soprannome in sua presenza) come Bill Tartaglia, era a casa a smaltire i postumi di una brutta influenza. Nell’autunno del 1957, otto mesi prima che l’orrore si manifestasse definitivamente e ventotto prima dello scontro finale, Bill Tartaglia aveva dieci anni”.

Ecco che il bambino che avevamo immaginato, il bambino entro cui ci sentiamo correre si inserisce nell’azione. La prima frase è immagine di bellezza e gioia infantile, ci sentiremmo così se il buon King non ce l’avesse detto da subito che qui le cose si mettono peggio che malissimo, l’istinto sarebbe di farlo tornare indietro quel bambino, se avessimo una penna, una cosa qualsiasi, un gancio o una fune, andremmo lì a prenderlo con le mani per farlo tornare indietro, se solo potessimo; e invece niente, ci tocca di stare qui a guardare lui col suo impermeabilino giallo e gli stivaletti rossi, uno stereotipo buono, un’immagine di quelle che stanno così bene dentro a tutti, ma non dentro a questa storia, no.

Anyway, la pioggia e il vento si allentano: “Per vedere meglio”, pare di sentire il lupo sussurrarci dietro al collo.

Poi King trasforma il rumore della pioggia in un rumore amico, quasi intimo. Da vero stronzo eh, ti ci porta proprio con tenerezza nelle fauci del mostro.

A questo punto nomina il bambino, gli dà un’identità e una famiglia che lo aspetta a casa. Non è una figuretta qualsiasi, nemmeno un orfanello come tanti nelle storie e nei film, no no, questo qui ce l’ha una casa e un famiglia. Ha sei anni, è proprio piccino, lo vedi lì con l’impermeabile giallo? Un pulcino.

Ora si inserisce il fratello, sia perché è fondamentale all’interno della lunga narrazione, sia perché solidifica nel racconto la concretezza di una casa, di una famiglia, degli affetti. Ne delinea una caratteristica importante, una caratteristica che lo identifica per tutta la comunità in cui vive. La sua balbuzie avrà un significato importante nell’arco del racconto.

La frase che chiude queste poche righe è enigmatica e inquietante, doppia meravigliosamente la frase di inizio agganciando un tempo preciso:

Nell’autunno del 1957, otto mesi prima che l’orrore si manifestasse definitivamente, e ventotto prima dello scontro finale, Billl Tartaglia aveva dieci anni”.

Dunque c’è questo tirare le fila di una dimensione temporale che definisce la lunghezza del tempo entro cui si svolge l’azione, e l’età dei personaggi che la vivono. King ci ha presentato due bambini: tutta la storia si sviluppa attraverso personaggi bambini, anche quando diventano adulti la loro dimensione bambina e il ricordo dell’infanzia rimane elemento in primo piano.

Ho dovuto rileggere per trovare il gancio attorno a cui ruota la frase che stabilisce il tempo storico di questo paragrafo, sopra c’è scritto: “in quel pomeriggio d’autunno del 1957”, dunque otto mesi prima è ora, e l’orrore si manifesterà tra otto mesi, e lo scontro finale tra 28 anni.

Una grande tela narrativa, per prendere bene le coordinate bisogna ragionarci, mettere in ordine i pezzi.

*

IT, Stephen King, Pickwick

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