GOODWILL, Manlio Castagna

Goodwill è una cosa seria. Che sia horror, dark, western, sia quel che sia non mi pare questa la domanda, la domanda è: Cos’è il male?

A questo ci porta Manlio Castagna, a specchiarci nel male. E quando dico che ci porta, intendo che noi siamo uno dei personaggi del racconto, forse il principale. Il racconto è scritto perché il lettore possa fare il suo viaggio, uscirne diverso da come è entrato, perlomeno con un domanda, accesa. Non sono i personaggi che si trasformano, siamo noi.

Avevo così paura di entrare in un horror, poi leggendolo m’è parso di essere seduta nel salotto di casa. Ho paura sempre di quanto è mostrato nel libro, per questo forse sono riuscita a guardarlo e stargli seduta accanto. A ciò s’aggiunge che basta accendere tv e social in questi tempi per sprofondare nell’abisso del male.

In Goodwill la scrittura è limpidissima, chiarissima e fulminante, anche addolcita da bellezza. Questa storia poteva essere sviluppata in un romanzo di più di mille pagine, densissime. La scelta è stata di far passare l’enormità nel modo più chiaro possibile, e veloce. Rimane impressa come una fotografia che è tutta luce, un’istantanea che ha dentro tutto. Ritmo scattante, secco che ti sembra di sentire scricchiolare foglie e legni quando cammini nel bosco, sei dentro.

Manlio mostra un modo nuovo di scrivere, un modo che scardina il modello comune, che non risolve quello che non può essere risolto, costruisce attorno alla crepa un romanzo che non la riempie, la mostra, ne fa vedere il baratro.

Dunque ha apparecchiato il male sul tavolo della cucina, l’azione da osservare non è tanto quella del male – il male è una forma primaria che esiste e trova il modo di sopravvivere – quanto quella di chi gravita attorno al male, quali scelte fa per vivere e sopravvivere.

È tutta una questione di volume: se alziamo il volume alla dinamica, in qualche modo si distorce e appare quasi una caricatura, un dark, un fantasy, un horror, una cosa dell’altro mondo. Ma se abbassiamo il volume tutto si riduce e ne vediamo l’origine, il quotidiano, il salotto e la cucina di casa. In questo mondo le deformazioni non nascono come caricature, sono scelte precise che generano eventi a cascata, potenzialmente terrificanti: ecco l’altra parte dello specchio, le “cose dell’altro mondo”.

Quanto è importante specchiarci nel male e capire come ci tocca, come ci stimola, come ci cambia, come ci mette alla prova? Quale la sfida?

Attenzione, attenzione a come i personaggi all’interno della storia agiscono e reagiscono. Attenzione a come scelgono o non scelgono di diventare essi stessi agenti del male. Il male da solo non agisce, il male cerca agenti per sopravvivere e perpetrarsi nel mondo, il male se non viene accolto si ferma, torna indietro, si ritrae nella sua forma latente, potenziale ma passiva. Ha sempre bisogno di un agente, sempre.

Nella terribile storia attuale, il male dov’è? È Putin? Lui da solo fa tutto? Lo sono i soldati russi? Tutti con le stesse responsabilità? E gli ucraini che ruolo hanno? Sono gli eserciti che dobbiamo guardare o le persone? Chi ha compiuto i massacri a Bucha? Tutti i soldati per ordine di stato, solo alcuni, solo chi l’ha scelto? E quando i soldati telefonavano a casa chi diceva loro cosa rubare e depredare, cosa spedire a casa? La catena del male è fatta di singole persone che scelgono di agirlo, anche dal telefono di casa, e sono responsabili, dalla prima all’ultima. La banalità del male.

Avrei mille cose da scrivere su Goodwill, ma è un’esperienza che va fatta e ognuno ha il compito di trovare sé stesso nel mondo, sia esso reale o immaginato.

Goodwill va letto,

non come cosa dell’altro mondo, ma di questo,

non come cosa che accade fuori, ma dentro.

*

Goodwill”, Manlio Castagna, Piemme

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