IL BAR DELLE GRANDI SPERANZE J.R. Moehringer

A seguito del film “Tender Bar” ho letto “Il bar delle grandi speranze”, da cui è tratto. L’avevo amato anni fa, riletto con altrettanto piacere in questi tempi e ricominciato dall’inizio appena finita la seconda lettura.

Mi sono dunque accomodata nel prologo, che avevo letto velocemente la prima e la seconda volta. Non è scontato un prologo all’inizio di un libro, è più frequente nei saggi, quasi assente in narrativa e in questo secondo caso se c’è deve essere indispensabile: non un primo capitolo rivestito, superfluo se non rivela nulla di importante, inutile se rivela fatti che verranno raccontati in seguito. Più no che sì, insomma.

Allora, mi son chiesta, com’è che quel genio di Moehringer ha pensato di scrivere un prologo? Cosa ci ha messo di così importante?

Ci ha messo il bar.

Se “Il bar delle grandi speranze” scaturisce dal bar, il Publicans del romanzo, ed è dedicato a tutto ciò che ruota attorno al bar, nel prologo il bar è pietra fondante. È il centro, la base, la caverna dei primitivi in cui tutto inizia e da cui tutto parte e torna; da lì la vita scorre come l’alcool, a fiumi. È qualcosa di mitologico, di vivo, con un fuoco al centro. Una sorta di divinità, sacra e profana.

È il cuore, inteso come sede delle emozioni e dell’animo umano. Palpita questo prologo, sotto le parole palpita.

Come una grande caldaia nascosta in una cantina oscura; un cuore rosso che brucia a scalda tutta la casa, le arterie della città.

Da questa prospettiva ho visto i capitoli a seguire, le vicende narrate, la vita che va e viene dal bar: come ossa, tendini e muscoli della narrazione, si articolano l’uno con l’altro. Tutto è mosso dal centro, dal fuoco vivo del calore e della luce interiore.

Il tema portante del libro è la necessità e ricerca del maschile, la formazione dell’identità maschile. Trovo bellissimo, e quasi unico nel suo genere, che la madre del protagonista sappia offrire al figlio l’universo maschile, lo spinga là, allontanandolo da sé.

In qualche modo il materno in questa narrazione non ha casa, la madre stessa non ha casa. La madre è allo stesso tempo una figura importantissima e laterale, è casa e non è casa. Importantissima ma non centrale, al centro c’è il bar dei maschi. Che magia è mai questa.

In questa autobiografia il bar è l’unica casa riconosciuta come luogo di accoglienza, di protezione, di avvio alla vita. Ed è casa di tutti, casa di fratellanza e uguaglianza.

Nel prologo c’è il bar, che è caverna. Nella caverna c’è la luce, il calore, il ritmo del cuore, sede dell’anima e dei sentimenti. La grotta del bar è il femminile. Il cuore acceso, che scalda, illumina e muove, è il maschile. La grotta è parete e sfondo, il cuore è al centro.

Da quella grotta primigenia tutto nasce, e tutto torna.

C’è un materno più grande del materno

un materno che contiene tutto

e lascia andare

si fa buio

e lascia splendere.

*

Ci andavamo per ogni nostro bisogno. Quando avevamo sete, naturalmente, e fame, e quand’eravamo stanchi morti. Ci andavamo se eravamo felici, per festeggiare, e quand’eravamo tristi, per tenere il broncio. Ci andavamo dopo i matrimoni e i funerali, a prendere qualcosa per calmarci i nervi, e appena prima, per farci coraggio. Ci andavamo quando non sapevamo di cos’avevamo bisogno, nella speranza che qualcuno ce lo dicesse. Ci andavamo in cerca d’amore, o di sesso, o di guai, o di qualcuno che era sparito, perché prima o poi capitava lì. Ci andavamo soprattutto quando avevamo bisogno di essere ritrovati.”

*

Il bar delle grandi speranze”, J.R. Moehringer, Piemme

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