ALIBEL, Gabriele Clima, Francesca Carabelli

Una storia non è fatta dalle cose che racconti, ma da come le metti in relazione”.

In Alibel sono raccontate moltissime cose, ma come son messe in relazione è da far girar la testa. È stato per me un viaggiare intenso, avanti e indietro nel testo, a cambiare punti di vista, scovare relazioni, lasciar emergere suggestioni. Ho osservato il dilatarsi delle cose: la ragnatela offerta piegata, poi aperta, distesa immensa.

Mi è difficilissimo tradurre in piccolo la cattedrale che vedo sottesa in Alibel, i movimenti, la simbologia, gli orizzonti, e non tutto potrò riportare. D’altra parte le mie sono ipotesi, scarabocchi, schemi; tutti appesi al soffitto e niente da prendere alla lettera.

Il mio viaggio in questo romanzo è iniziato girandogli attorno. Sempre più spesso attendo di sentire il momento giusto per entrare in un libro, l’apertura di un varco. Finché non sento l’accordo giusto altro non faccio che stargli accanto, aspetto.

In quella fase ho guardato gli interni, le immagini, le dediche, i ringraziamenti che spesso raccontano molto. Le immagini in Alibel sono parte del percorso, non decori, non illustrazioni, sono racconti esse stesse ma anche qualcosa in più: sono passaggi ineludibili. Qualcosa ci devi fare con quelle immagini, nel tuo viaggiare dentro la storia.

Del racconto a immagini primaria è l’angolazione, frontale o diagonale con pochissima prospettiva, texture e colore perfetti per un mondo che ci fanno intuire da subito. È nello scorrere loro accanto che si percepisce di cosa son fatte. Sono come pietre secolari, incise, un linguaggio muto che risuona segreti.

L’ambientazione di questa storia è un set up di dimensioni, prima che di luoghi. Nei racconti fantastici il mondo straordinario è l’interfaccia del mondo ordinario, è svelato ed è spesso il palcoscenico su cui si muove la maggior parte della storia. Identificabile come “mondo altro”, distinguibile dal mondo ordinario e a volte definito “mondo di sotto”, spesso vi si accede tramite varco della soglia.

In questa narrazione i mondi sono apparecchiati insieme. La dimensione magica è tessuta sullo stesso piano del mondo ordinario; mondo ordinario e mondo straordinario sono frammischiati, posati sullo stesso piano della scrivania. Come in un tessuto, trama e ordito. Filo a filo. Non c’è un mondo altro, un mondo di sotto, un mondo fantasy: c’è un mondo che è composto dall’unione di parti di mondo, diverse e complementari.

La dinamica yin yang è onnipresente in questo romanzo, nella geometria di tutte le parti che lo compongono.

Caratteristica di tutta la narrazione è la completezza di ogni linea narrativa, immagine e personaggio. Mi si è accesa una visione inusuale e mai provata prima nell’accostarmi a questo testo: vedevo tutte le parti singolarmente, prima ancora che intrecciate nella tessitura della storia. Non riuscivo a definire questo modo di vedere, ho a un certo punto immaginato che questa sia la visione del corvo, animale così importante nel racconto. Mi pareva di vedere dal suo punto di vista e con i suoi occhi.

Per dare un’immagine di questa struttura, e dello sguardo che si accende nel lettore in ricerca, la correlo al gioco dello Shangai. È come se l’autore avesse costruito ogni luogo e ogni persona singolarmente, così le immagini, il diario, la ballata. Poi li abbia intrecciati insieme, su un unico piano di lettura. Ognuno di questi elementi è isolabile con chiarezza nella narrazione, si può sfilare dall’insieme e osservarlo, come bastoncino dello Shangai.

Leggendo viene spontaneo scorrere sulle linee del tempo, della narrazione, delle pagine, per riconnettere vari elementi che possono essere compresi meglio tornando indietro. E’ una sorta di delicato e paziente lavoro di scoperta, è provare a togliere un bastoncino per osservarlo bene, senza che il resto crolli, – non crolla – .

Spesso m’è parso anche di giocare a scacchi, lettore autore. E ancora, mi pareva di essere nel tabellone del gioco dell’oca. Leggevo poche pagine, poi tornavo indietro a rileggere, a cercare pezzi da guardare in modo diverso: tira i dadi, vai avanti di 8, arrivi alla casella che ti manda indietro di dieci o ti fa ripartire dal via. Cercando cercando. Sempre trovando.

Il flusso narrativo suggerisce anche un moto: il moto del gambero che per andare avanti fa tornare indietro. Nelle tracce del passato trovare il senso del presente e la via del futuro. E’ quasi un paradosso: il moto del gambero serve per andare avanti. La necessità nella storia è di non fermarsi e non bloccare lo scorrere degli eventi, allo stesso tempo andare indietro per comprenderli. In Alibel bisogna sempre cavalcare la linea di tensione che porta avanti anche quando si guarda indietro. Così la morte, nel romanzo presente e mai ferma: la morte è movimento, è camminarle accanto, passarle attraverso per rinascere alla vita.

Anche le dimensioni temporali sono frammischiate in questo romanzo, in qualche modo tutto è qui e tutto è ora. Potrei dirla così: è come uno specchio in frantumi, disteso su un piano. Il tempo, lo spazio, i luoghi, i ricordi, i personaggi, le immagini, abitano ogni singolo frammento. Man mano allacciando uno con l’altro, l’intero viene ricomposto. In ogni caso, l’immagine che vedremo sarà riflessa, cangiante, qualcosa… rimarrà aperto

Qui inserisco il Dio norreno Odino. La presenza dei corvi in Alibel, la necessità di ruotare continuamente lo sguardo, mi hanno evocato immediatamente Odino accompagnato dai suoi due corvi, l’albero del mondo a cui viene appeso e inevitabilmente la dodicesima lama dei tarocchi: l’Appeso.

Una simbologia fortissima che continuamente ho ritrovato in Alibel, sia negli elementi citati, sia nello sguardo, nel bisogno di tornare indietro per vedere con occhi nuovi quello che già avevo letto.

Odino cede il suo sguardo fisico per guadagnare l’occhio dello Spirito, la Vista, le Rune. L’appeso è il simbolo della morte apparente, la fase iniziale del processo Morte – Purificazione – Rinascita nelle iniziazioni.

Yggdrasil è l’albero di Odino. Me lo aspettavo, eppure non ero preparata. Non ero preparata.

Odino e il suo modo capovolto di guardare le cose del mondo, introduce Ben che ha un modo diverso di vedere le cose. Chi ama Ben, chi lo segue, impara a guardare le cose del mondo da punti di vista diversi. La fragilità diventa forza.

In particolare, il modo in cui Ben e sua madre riescono a parlare di morte, anche alla tavola della colazione, è una linea centrale del romanzo e della vita. Intreccia anche la nostra vita in tempo di covid. Questa linea interseca quella di Alibel, che ruota attorno al tema della morte nel primo capitolo della saga.

Ho ascoltato recentemente Matteo Lancini a una conferenza dell’associazione Minotauro; spiegava come sia necessario per educatori e genitori imparare a parlare di morte con i figli, quanto ne abbiano bisogno i ragazzi, e quanto sia ancora difficile per gli adulti riuscire a rispondere a questo bisogno. Incredibilmente, diceva, anche in tempo covid non siamo riusciti a parlare di morte dentro casa, le abbiamo girato attorno, l’abbiamo tenuta fuori dalla porta, l’abbiamo mascherata, allontanata.

Nella medesima conferenza Gustavo Pietropolli Charmet diceva che ai ragazzi non bastano più le stanze delle parole. Hanno bisogno di un’officina dove costruire, dove possano ricontattare un desiderio da plasmare con le mani, dare forma a un nuovo sé per rinascere dalle ceneri. Leggevo Alibel in quei giorni e le parole di Charmet mi parevano sovrapponibili al percorso alchemico che in Alibel ci guida attraverso questo tipo di esperienza. Quanto serve ai ragazzi, quanto serve a noi.

Trovo che questo romanzo risponda perfettamente al nostro bisogno attuale di tessere relazione con la morte, intesa come concetto, parola, esperienza, bisogno di passarle attraverso per trasformarsi e rinascere. Così importante in questo enorme periodo di cambiamento. Così difficile per tutti.

Alibel è un appuntamento, una caccia al tesoro, un destino imprescindibile.

La storia immaginata si aggancia alla storia di Roma, nella sua dimensione concreta così come in quella misterica. Anche Roma ci parla, ogni luogo entro cui la storia si articola è un canto che svolge la sua memoria. Vita che poggia sulla morte, morte che danza sulla vita.

La struttura del romanzo interseca luoghi misterici di Roma, interessantissimi da cercare on line durante la lettura. Sono luoghi reali e concreti, allo stesso tempo magici e misterici, una dialettica continua tra dimensioni, sfumature, differenti modi del reale.

Il percorso che ho sperimentato dentro Alibel è stato di ricerca, e di messa in gioco. Non mi interessa capire davvero cosa c’è dietro una storia, credo ci siano mille diverse storie, tante quante le persone che si fermano a leggere (sì, si fermano a leggere, a passeggiare tra i paragrafi).

M’interessa entrare nelle storie e vedere quel che emerge. Per questo mi fermo e guardo in tutte le direzioni fermando il racconto e il tempo, lasciando emergere echi, pensieri, domande, tentativi di risposte. E tutte le storie che si agganciano, le costellazioni che si formano. A volte mi chiedo, se semplicemente ci fermassimo in una storia restandoci dentro, cosa mai potremmo veder saltar fuori, venir su.

Ho fermato il mio vagare davanti all’immagine del ponte rotto. Mi sono addormentata e lì ho passato la notte, volevo vedere cosa c’era al di là. C’è qualcosa di là dal ponte? Nella storia, nel nostro immaginario? La storia continua di là? Ho trovato nel sogno la risposta, quella giusta per me in questo momento, quella che mi serve per traversare questo tempo. Cosa c’è al di là delle immagini? Possiamo farci questa domanda, vivere la nostra esperienza.

Nel cuore del romanzo ho corso, corso a perdifiato. Ho letto tutte le parole, ma non potevo entrarci camminando. M’è sempre parso di orientarmi tra i simboli riconoscendoli al tatto, ma del cuore del romanzo non sapevo nulla, nulla.

Sono poi tornata, il giorno successivo; le stesse pagine le ho vissute in modo diverso, sono riuscita a coglierne la calma, la dolcezza, la bellezza. Ne scriverò? No, sono lì che vi attendono.

Ho poi finito il romanzo, chiuso gli appunti, riposto il libro. “Ho chiuso Alibel”, mi dicevo.

È arrivato un sogno, fortissimo. Per giorni ho messo sul fuoco tutto quel che avevo da bruciare.

Ora sono qui, a mostrare quanto personale e profondo possa essere questo viaggio. Tradurre in piccolissimo il grandissimo, cercare un modo di ripiegare la tela, ancora e ancora.

L’esperienza vissuta in Alibel, quel che ho imparato, mi sta aiutando a trovare senso e direzione in questo nostro mondo in trasformazione, a elaborare il lutto di un’immagine del reale che non c’è più, e a trovare la via del desiderio di una nuova messa a progetto.

Questa via altro non può essere che…

Alchemica

*

Nel mondo magico, amico mio, le cose devono quadrare più che nel mondo di sopra, per essere vere”.

*

ALIBEL, Gabriele Clima, Francesca Carabelli, Il Battello a Vapore

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