Sangue chiama sangue, Antonio Ferrara

A volte le storie mi si aprono su tali e tanti livelli che non so da che parte cominciare a scriverne. In genere, non ne scrivo. Alcune volte invece mi ci metto, con molto zen devo dire, ché, ci vuole tempo, lucidità e pazienza. D’altra parte ci vuole tempo lucidità e pazienza anche per scriverlo, un libro.

Della trama di “Sangue chiama sangue” posso dire che non volevo assolutamente leggerla. Quando ho capito di cosa parla volevo riportare il libro indietro. Non avevo nessun desiderio né disposizione d’animo per ascoltare l’argomento di cui tratta, ho persino preso il telefono per apostrofare Antonio con le mie lagne: – Allora? Devi per forza essere così fastidioso con ste storie che racconti? Non ne voglio sapere nulla, no che non lo leggo!

Giuro, anzi peggio. Poi…

Buttato di traverso sul comodino, copertina bellissima, non vuoi dare un occhio a come comincia? Mi ha tirato subito dentro, e non mi ha mollato più.

Non scriverò della trama. Avendo letto molti libri di Antonio e seguendolo passo passo, il percorso che mi si è aperto questa volta era chiaro su due livelli, quello della trama e quello della forma della scrittura. Perlomeno di come io ho vissuto viaggiando nella forma del testo. Di questo posso dire.

Mi ha subito incantato lo stile, il modo di raccontare. L’ho riconosciuto. Mi son vista immediatamente dietro gli occhi e i pensieri del protagonista, che sono gli occhi e i pensieri dell’autore ma anche gli occhi e i pensieri di tutti i personaggi che abbiamo condiviso nel tempo e nello spazio di tante letture, un racconto dietro l’altro. Eravamo tutti lì, come affacciati ad una storia che andava presentandosi, guardando da una fila d’occhi. Alla fine noi siam sempre noi, nella struttura, sono le storie che cambiano, i personaggi cambiano, e noi entrandoci ogni volta facciamo un’esperienza che va ad arricchire e delineare la forma della nostra struttura. Ma potrei dire anche il contrario: non sono le storie che cambiano, siamo noi.

E’ stato come calzare i mocassini di un altro e procedere sicura nei suoi passi, andare insieme a scoprire il mondo. Ne ho fatte di camminate in quei mocassini, sono andata e tornata tante volte, mi posso fidare.

Come mai prima d’ora ho sentito quanto la trama, la storia raccontata, sia secondaria rispetto alla forma, alla struttura, al modo in cui la si racconta. E’ il modo del viaggio che conta, il cielo attorno che avvolge, non dove si va e di cosa si parla. Il centro siamo noi. Il resto gira attorno.

In qualche modo la storia che leggiamo è la risulta di un’operazione di svuotamento immane. Come lo scultore tira fuori la forma e il movimento dal marmo, così lo scrittore sceglie le parole, dà loro forma, movimento.

Ho dovuto darmi tempo per leggere, fermarmi spesso, fare pause per lasciare uscire tutto il silenzio. Ho avvertito la presenza di tutto quello che è stato tolto. Un racconto non è solo quello che leggi e vedi, è anche quello che senti e non vedi con gli occhi ma rimane come memoria, traccia da cui proviene. Apri le pagine e salta fuori, ti circonda. E’ rete, struttura a cui tutto è appoggiato; vie di fuga, accrocchi, fiati e respiri. Quella roba lì: la forma del testo.

A un certo punto ho sperato che Antonio non perda mai la sua forma, che continui ostinatamente a perseguire questo suo sogno di raccontare alleggerendo, delineando, schizzando come piace a lui. Rimandando agli orizzonti oltre le parole, lasciando spazi che si aprono chiamando qualcosa che ancora non è stato detto.

Il suo scrivere lo si riconosce tra mille, è suo. Non capisco se nasce prima dal disegno o dalla poesia, forse da immagini così belle da essere poetiche, poi descritte. Da qualche parte nei suoi racconti c’è sempre una fila di parole scritte col gessetto che disegnano un paesaggio che corre, gira dietro un angolo, e chiama, ipotizza un luogo altro dove il disegno è andato, al di là dello sguardo prosegue. Ci puoi andare se vuoi , da solo, perché te l’ha fatto vedere che c’è una strada che prosegue più in là, e colori, densità. Non è che ti porta dappertutto, ti indica la strada, (testone sarai te, pannocchia!)

Ho un’immagine di questo suo stile che prendo a prestito da un libro letto recentemente: un Okapi. L’Okapi è uno strano animale africano, imparentato con zebra e giraffa e non si capisce cos’altro. S’aggira per le foreste fregandosene dei suoi calzerotti zebrati che stridono con il corpo marrone, il collo lungo e le orecchie flessibili, fregandosene pure di sentirsi dire tutti i giorni che non piace mica a tutti. Augh. Chissenefrega.

Ho sperato che l’autore non perda mai la sua forma, unica e originale, perché spero di non perdere io la mia. Forse specchiarsi nel mondo, e nelle storie, è un modo per conoscere di più gli altri e trovare se stessi. Avere il coraggio di sé, il coraggio della propria forma, del proprio stile. Una forma che si trasformi e completi nel tempo, rimanendo fedele al desiderio di sé.

Inutile dire che gli Okapi rischiano l’estinzione. Ci vuol coraggio per portare avanti la stirpe.

La scrittura di Antonio è piena di correlativi oggettivi. Li adoro. Il correlativo oggettivo è l’uso in scrittura o poesia di elementi oggettivi –cose, interni, paesaggi– come metafora per comunicare i propri vissuti. Esempio da “Sangue chiama sangue”:

“ Quando la prof Liljana entrava in casa l’aria si faceva fresca, le tende avevano un fremito. I fiori azzurri nel vaso di vetro si raddrizzavano. L’armadio un poco si inchinava”.

In questo viaggio all’interno della scrittura di Antonio, io mi sento il correlativo oggettivo, sono io il fiore che si drizza nel vaso, il petalo che cade in silenzio. Sono io, lettrice, il luogo su cui lo scrittore proietta l’emozione. Riesco a spiegarmi?

Ultimo. Questo non avrei saputo pensarlo, né ricordarlo se non avessi preso un appunto svegliandomi nella notte, un sentire emerso dal profondo:

Mi son svegliata di notte capendo che questo tipo di linguaggio parla la prima lingua, di cui insegna Massimo Recalcati, copio un sunto dal suo profilo facebook official:

“ (…) È una lingua che evoca suoni, atmosfere, affetti, emozioni. Il neologismo coniato da Lacan, lalangue, si presta efficacemente a indicare la natura inarticolata e affettiva, ma anche singolarissima di questa prima lingua. Lalangue esprime infatti nel suo stesso suono l’incarnazione della lingua nel corpo. Sorge dall’incontro del tutto contingente tra le parole di chi accudisce la vita del bambino e il modo con il quale questi le interiorizza facendole proprie […] Ogni esistenza singolare porta con sé la propria lalingua […] Quando leggiamo un libro la memoria de lalingua tende sempre ad affiorare in superficie, a farsi leggere dal libro […] I libri che “ci prendono”, come si dice, sono i libri che hanno evocato le schegge della nostra lalingua, i frammenti sepolti o ardenti del nostro passato (…)” Massimo Recalcati, “A libro aperto. Una vita è i suoi libri”, Feltrinelli.

Mi accade questa cosa particolare leggendo questo e altri libri, suoi e di altri: entro nella forma, nella struttura, risuono, fisicamente. Si evocano storie come se nascessero in quel momento, e io fossi dentro, significandole con le mie memorie. Non c’è separazione tra autore e lettore, c’è continuità, e una storia altra che nasce, ogni volta rinnovata.

Credo che molte storie siano sangue e carne viva del mondo

e se posso dire qualcosa di specifico sulla trama di questo libro, concludo così:

Sangue chiama sangue

*

“Sangue chiama Sangue”, Antonio Ferrara, Einaudi Ragazzi Editore, Ph Marianna Cappelli

*

Video intervista facebook con libreria Read Red Road, Farmacia letteraria, Tu e Io

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