Cosario dell’intercultura, il potere relazionale delle cose

Ho girato intorno a questa restituzione per tre giorni, chiedendomi se fermarmi o meno. Non che non ci sia nulla da dire, ma si può e si deve ogni volta dire qualcosa? COSA è la scelta tra il fermarsi e raccontare, restituire, allargare in cerchi concentrici, o andare oltre, staccare, dimenticare, seguire il tic tac dell’orologio e il tic tac dei passi, il sì e il no della scelta di proseguire il gioco. Andare o restare, fermarsi o camminare. Dare o ricevere.

Forse è la scelta di stare in quello spazio che si apre, tra il tic e il tac, tra il fermarsi e l’andare. Lo spazio dell’indugiare, del fermare il tempo e dilatarlo, mettergli un piede di traverso. Non è il fermare dello spillo che inchioda la farfalla, è il fermare dell’occhio che nella retina osserva l’immagine impressa, la codifica con neuroni e fibre del cuore e la riplasma portandola fuori da sé, la rimette in gioco in cerchi concentrici.

Come sasso nello stagno

PLOF

*

Fermarsi a narrare è sempre Dono.

Abbiamo portato oggetti amati, e condiviso gli stessi con gli amati di altri. Ci siamo narrati e rinarrati, lasciati narrare. Abbiamo esercitato lo sguardo e l’orecchio acerbo, il suono e il silenzio, e, come sempre, la risata e il sorriso. La capacità di andare verso l’altro e lasciare che l’altro venga verso noi. La capacità di nominare i nostri oggetti e lasciare che altri li nominino per noi. Nominare per altri, ascoltare, benedire.

Un oggetto amato è come un disco in vinile riposto nello scaffale, silente e schiacciato tra pesi di sopra e di sotto, recettore di polvere e umidità, concatenazione di materiali plastici confezionati in molecole di carta. Una cosa che può far vibrare fili di ragno, vibrisse del cuore, o star lì pesata nel silenzio.

Dell’oggetto amato la memoria è lo sguardo e il racconto che posiamo su di esso. Allora l’oggetto amato diventa specchio che evoca in noi, fa sgorgare, ricordare, scatenare torrenti di lacrime, fiumi di risate.

E’ posando il vinile sul piatto e inserendo la puntina nel solco, che la musica inizia ad uscire, avvolgendo, incantando. E’ dando suono e voce alla memoria custodita – da noi- nell’oggetto amato, che gli diamo voce e incanto, condivisione, apertura.

Il mondo va restituito al mondo. Forse per questo ci viene messo a disposizione in modo sovrabbondante: perché ne facciamo esperienza e la restituiamo condividendola. Il singolo diventi collettivo, l’uno diventi comunità, la storia diventi le storie.

Credo il momento della scelta dell’oggetto a noi caro sia uno dei pochi, se non unico, in cui ci permettiamo di mostrare qualcosa che possa anche non essere bello, prezioso, originale. Diventa preziosa la foto ingiallita, il libro incollato, la cornice rovinata. Il sasso sbrecciato, la borsa sfilacciata, la bambolina rapata, la giacca smunta. La penna, la biro, la sacca, la maglia. La collana, il ciondolo, il portachiavi, il seme. Il telo bucato.

Forse è questo il nucleo della nostra ricerca di senso: la possibilità di regalare senso anche a quella parte di noi stortignaccola, sofferente, ferita rotta incollata, rappezzata bucata strappata. Con la crapa pelata.

E raccontarla con meraviglia. Foss’anche meraviglia dell’essere sopravvissuta, o provarci ancora.

Non esiste chirurgia plastica potente come lo sguardo e la narrazione che rendono unico, prezioso e bello, il ripiego del tessuto rovinato dal tempo. Non esiste.

Nell’adorabile romanzo “Bambini di farina” di Anne Fine, alcuni sacchetti di farina vengono distribuiti a una classe di ragazzi, essi rappresentano i loro bambini immaginari di cui dovranno prendersi cura. I bambini di farina sono diversi uno dall’altro, alcuni semplici rozzi sacchetti di tela senza decori, altri più raffinati:

“ Professore! Professore! La bambola di Sime ha un grembiule e una cuffia e gli occhi e tutto. E la mia non ha niente, non è giusto.”

“ Se ogni genitore che ha un bambino a cui manca qualcosa lo rimandasse indietro” disse il professor Cartright, “ questa classe sarebbe praticamente vuota. Siediti e sta buono”.

Il cosario rende possibile guardare con amore e far scaturire una struggente narrazione da qualunque spelacchiato sacchettino di tela strappata ci sia capitato in sorte, condividere ricordi e scoprire che tutti – tutti – sono preziosi.

Se ne esce con il nostro smunto sacchetto di cose arricchito degli sguardi e delle parole di altri, delle storie e dei sacchetti di altri. Dello sguardo amorevole che posiamo su di essi. Una collettività di bambini di farina, ognuno prezioso a modo suo.

*

Grazie a tutti i partecipanti, Grazie a “CEM Centro Educazione alla Mondialità”, Grazie a Candelaria e Nadia per le quali un Grazie ricco abbastanza non è stato ancora inventato, Grazie alle classi e agli insegnanti che hanno arricchito il cosario con le loro parole, foto, interrelazioni piene di senso.

Nel volantino sopra riportato trovate due date di prossimi laboratori: il 14 Dicembre e il 12 Gennaio.

Buone Cose a Tutti *

Bambini di farina compresi*

Cosario dell’intercultura, il potere relazionale delle cose. Cem mondialità

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