Pusher, di Antonio Ferrara

Queste letture semplicissime di argomenti difficilissimi sono una vera fregatura.

Inizi a leggere, capisci che non è aria, vorresti lanciare il libro contro il muro, ma è scritto talmente semplice che non ti ci riesci a staccare, e vai avanti pagina per pagina stringendo i denti, contando le pagine che mancano alla fine. Perché a sto punto lo devi leggere, eh!

Ma porcoggiuda, Antonio.

M’avevan detto: se ti è piaciuto “ero cattivo” di Antonio Ferrara, leggi “Pusher”, che gli è legato. Ero cattivo m’è piaciuto tantissimo quindi ho atteso Pusher per tre settimane e mi son subito messa a leggerlo con gioia.

Mi si son ghiacciate le mani appena ho capito di che parlava. Perché incredibilmente io non l’avevo capito. L’avevo visto, si, il titolo. Ma sono una che se le fai vedere un tizio a cui han amputato una gamba ne vede sempre due, che sarà mai. Una rondine non fa primavera, un titolo non fa copertina, una gamba non fa uno storpio.

Insomma, stringendo: mi son trovata immersa nella casa e nella quotidianità del pusher, nel suo mondo, nel suo dolore, nel dolore per la mancanza di tutto ciò che dovrebbe esserci e che mio figlio, della stessa età, ha. Mi son trovata a sentire il freddo delle sue mani e a toccare ciò che non voglio toccare e nemmeno leggere.

Ad un certo punto ho ritrovato la luce di “Ero cattivo”, poi l’ho persa di nuovo e, Antonio, se non hai sentito arrivare il porcoggiudagigante te lo scrivo ora: MAPORCOGGIUDA!!!

Non so che dire di questo libro, se non la fatica di capire ed esprimere le emozioni che mi ha scatenato. Quello che credo di intuire è che, di fondo, il tentativo di proteggermi da ciò che rifiuto con tutta me stessa, è la comodità di poterlo fare perché son nata da questa parte della strada. E la necessità di mantenermi nella zona confort. Qui, al calduccio. Tientele te quelle righe ghiacciate, quel metallo nelle tasche, io che c’entro?

A tenermi inchiodata alle pagine è stata la certezza che c’entro:

“Qui tutto mi riguarda. Guarda, riguarda anche te” (cit.)

C’è qualcosa di importante che spinge, da sempre, i cantastorie a raccontare le storie del mondo. Alcuni si assumono il compito di caricarsi sulle spalle le storie più difficili, quelle più sanguinanti e vere. Quelle che stanno ai confini, lacere, quelle che cacciamo lontano, fuori dalle porte e dalle città; quelle che non vengono raccontate perché non le si vuole ascoltare. Quelle passate in dimenticatoio o nascoste, nelle segrete di Barbablù. Che sussurrano sempre, e credi di non saperne nulla. Credi.

Forse proprio qui si inserisce un libro che ti chiama, dalla copertina, e che quando ci cadi dentro non ti lascia. Non perché ti ci tenga a forza, no. Ma perché c’è qualcosa lì attorno che ti dice di restare. Te lo dice con dolcezza: Resta… dai… coraggio… resta…

Allora son restata, fino alla fine.

E ho ascoltato la storia che andava raccontata e andava ascoltata.

Quel che mi fa male, è che lo sento che è una storia vera. Lo Sento

E capisco che questo “lontano” che è il tessuto sociale sofferente e lacero, svantaggiato, abbandonato, criminale, non esiste più: non è lontano.

Nessun luogo è lontano.

Tutto è qui.

Tutto è ora.

Tutto è di Tutti.

*

( Però col cavolo che ci scrivo qualcosa )

*

Infatti

*

“Pusher”, Antonio Ferrara, Einaudi Ragazzi, premio Bancarellino

Leggi dello stesso autore e collegato a questo romanzo: Ero cattivo, premio Andersen 2012

2 pensieri riguardo “Pusher, di Antonio Ferrara

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