Fino a quando la mia stella brillerà, Liliana Segre con Daniela Palumbo

E’ difficile per me raccontare questo libro. E’ talmente pieno, chiaro nel contenuto, così profondo in ogni sua parte e significato che non so da che parte iniziare a parlarne. Mi sembra quasi di spostare una montagna, una parte di me continua a dirmi che già è tutto scritto e non c’è bisogno che faccia la fatica di scriverne anch’io.

Ma c’è questa cosa della “candela della memoria”, quella che Liliana e Daniela sperano di accendere in ognuno di noi, che mi obbliga a fermarmi e raccontare per passare il testimone. La fatica di raccontare la devo fare perché tanta ne è stata fatta in precedenza. Non è forse più facile dirsi, beh, adesso son stanca, che bisogno c’è che mi metta a raccontare anche io? Che bisogno c’è.

Liliana Segre è una presenza che in famiglia ci accompagna da più di un anno. La guardiamo molto spesso nei vari filmati che giorno a giorno l’algoritmo porta nelle nostre preferenze. Ci avviciniamo e ascoltiamo i suoi racconti.

Moltissime memorie di questi racconti le avevamo conosciute dai video, tante altre erano nuove, tutte sono state tessute in un corpo unico, con un senso, una direzione, una connessione temporale. Abbiamo recentemente ascoltato l’intervento di Liliana Segre al Parlamento europeo, son rimasta molto colpita dal suo spiegare quanto non ne possa più di raccontare i dolori che l’hanno accompagnata tutta la vita, quanto bisogno abbia nel poco tempo che le rimane di lasciare andare le memorie, sperando che queste vengano ricordate da altri.

Settimana scorsa il novenne di casa è tornato da scuola eccitatissimo, doveva scrivere un tema in cui raccontare quello che sapeva a riguardo del giorno della memoria e, lui che se può scrivere tre righe ne scrive una e mezza, voleva scriverne “4 pagine mamma! Ho tante di quelle cose in testa che voglio scrivere!”. Ha scritto un tema al mio cuore meraviglioso, – con adorabili confusioni e errori d’ortografia – dove ha parlato di “Itler” che (…) salì al potere e con la scusa che gli ebrei erano nemici fece mettere in atto la prima fase, privare gli ebrei di molti diritti (…) Poi iniziarono a rinchiuderli nei ghetti, dopo li portarono alla stazione di Milano al binario 21 e fra tutte quelle persone c’era Liliana Segre. I treni per il bestiame erano stati caricati di ebrei e si fermarono prima a “Terezzin” dove hanno girato un film per far credere che era una città per far stare insieme gli ebrei (…) e subito dopo sono stati portati in un campo di sterminio (testuale) dove ogni mese controllavano se gli ebrei erano ancora validi per lavorare, se non erano più validi venivano portati nelle camere a gas. Poi i russi liberarono “ huswitc” e gli americani il resto.

Eccolo qui il senso.

*

Il memoir di Liliana Segre raccolto e narrato da Daniela Palumbo, è sorprendentemente completo, per quanto adatto a ragazzi dagli 11 anni in su, in lettura autonoma. Ai miei di 9 e 12 l’ho letto io, perché volevo leggerlo con loro, ascoltare e imparare insieme a loro. Perché noi adulti in gran parte non sappiamo granché di queste vicende incise a fuoco nell’anima del mondo, e perché è un buon esercizio di cura, dedizione, attenzione, studio, sguardo, educazione, leggerlo e mediarlo per i nostri figli.

Se c’è un testimone da passare – c’è – non possiamo pensare di passarlo nelle mani e sulle spalle dei nostri figli semplicemente dandogli in mano un libro adatto alla loro età e lasciandoli arrangiare ad imparare e fare i conti con un passato che noi genitori non ci siamo presi in carico.

Non ho avuto occasione – nemmeno il dono – di sentirmi raccontare le memorie della guerra e della Shoah da parte di familiari, conoscenti, anziani. Capisco che questo non è un problema se mi regalo possibilità e occasione di ascoltare le tante memorie che familiari, conoscenti, anziani della comunità umana rilasciano goccia a goccia nelle storie narrate al mondo. Con l’accesso a internet abbiamo possibilità di portare il mondo a casa nostra, andare in casa d’altri, informarci attraverso film, scritti, documenti dei tempi passati, e conoscere tutto ciò che può essere passato su carta, video, racconto orale.

Questo libro è uno strumento perfetto per raccontare l’irraccontabile, passo passo, con delicatezza ma anche fermezza. Ciò che è adatto per un ragazzo, lo è per tutti. Non abbiate timore.

Nella prima parte è raccontata l’infanzia di Liliana, i suoi affetti, la sua vita sociale ricca di calore e possibilità. Corredata da foto che sono il suo tesoro della memoria, ritrovate dopo la guerra. Le foto presenti nel libro sono del prima della Shoah, e del dopo. I momenti felici. Al centro del libro le parole vengono usate per delineare immagini inimmaginabili.

Entrare nel racconto della Shoah dal racconto della vita degli ebrei prima di essere rifiutati come tali, è importante. Ci fa sentire con chiarezza quanto loro fossero – e sono- persone come noi che viviamo serenamente la nostra vita, e quanto da una pagina con l’altra della storia tutto è repentinamente cambiato privando un’intera comunità di ogni diritto umano.

La bestialità di cui è capace l’essere umano – ognuno di noi – quando si pongono le condizioni, è qualcosa di cui dobbiamo parlare in tempi non sospetti. Dobbiamo essere pronti, vegliare e riconoscere il piccolo grande male che sonnecchia dentro noi e che si fa strada chiedendo di dargli potere, ogni volta che nel mondo si presenta l’occasione. Si comincia sempre dalle piccole cose.

Se nella prima parte del libro è narrata la vita di prima, nella parte centrale la persecuzione, nella terza parte il ritorno. Tra la persecuzione e il ritorno, la tregua.

Sono ritmi e narrazioni importanti, scanditi, parte di una ritmica più grande che possiamo ritrovare in tutti i piccoli e grandi avvenimenti delle nostre vite.

Liliana racconta, sempre con delicatezza, lasciando echi nel racconto, della disperazione del ritorno. “ La disperazione del ritorno “. Quanto è importante raccontare tutte le dimensioni del possibile, e dell’impossibile.

Le memorie sono quelle raccontate, e quelle nascoste che si raccontano da sole, gridando e trasudando orrore. Abbiamo il compito morale e umano di dare loro una collocazione, perché lasciate a se stesse erompono nello spazio del quotidiano, non riconosciute ma presenti, esattamente così:

“ (…) Gli psicologi dicono che una persona sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti, anche se non ne parla con i suoi cari, lascia dietro di sé un male di vivere che colpisce fino a tre generazioni a venire. “

Quest’era liquida ci restituisce al mondo come parti integranti di un’unica entità, virtualmente separata da muri, incisioni rupestri simbolo di un passato che ritorna incidendosi su materia liquida cangiante – illusione- .

Una persona sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti mi è cara, io lo sono a lei, e il male di vivere che s’è inciso in lei colpisce anche me e i miei figli.

Facciamocene carico.

*

Grazie

*

Fino a quando la mia stella brillerà, Liliana Segre con Daniela Palumbo, PICKWICK Editore

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea il tuo sito web con WordPress.com
Crea il tuo sito
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: