Pigiama Computer Biscotti, Alberto Madrigal

Ho letto questo libro fumettoso per rilassarmi tra un libro profondo e uno peso, scivolando tra uno e l’altro come quando davanti a un corridoio tirato a cera prendi una svisa lunga tra un capo e l’altro, surfando sulle piastrelle.

Invece è tutto il giorno che non mi si leva dalla testa, tu pensa. Sono arrivata in fondo e ho solo voglia di tornare indietro.

Potrei scrivere le impressioni in ordine sequenziale, – ovviamente non lo farò – le racconterò a pioggia: I fumetti interni sono in bianco e nero, con diverse profondità di grigi, un’atmosfera precisa, delineata con chiarezza. L’atmosfera del nucleo del racconto è espressa in copertina. Lì il colore, e il calore. Ti dice di cosa si parla all’interno. Due piani precisamente delineati, di cui l’uno completa l’altro, in una scelta originale e calibrata.

Il bianco nero e la profondità dei grigi dell’interno ci permettono di sentire la realtà del racconto, senza avvicinarci troppo, ché, è spostato su un altro piano, poco più in là e protetto, seppur vicino. Scorporando colore e calore, interno ed esterno, abbiamo tutto in modalità, direi, mostrabile. E’ come se il bianco e nero di queste immagini da film ci ricordasse il bianco e nero delle pellicole prima del colore, quindi sposta la narrazione del presente sulla linea del tempo, posizionandola nel passato remoto. Il potere dell’immagine. Abracadabra.

Perché qui dentro Alberto Madrigal ne ha messa di intimità. Eh… La sua e della sua famiglia. E’ una storia che suona di vero, mostrata in sfumature non abituali, anche nostre. La quotidianità della fatica del lavoro e della famiglia, il barcollare tra uno e l’altro e un progetto di vita che ci alziamo la mattina e ci sembra che non ci siamo, non ci siamo. Quante volte.

Alberto delinea con quelle sue figurine un mondo preciso e conosciuto, in tante sue parti, che dal dentro si sversa fuori, e così non l’avevamo visto mai. Lungo la narrazione, composta di fotogrammi di vita vissuta, un amico sceneggiatore gli dice che scrive in modo tipicamente femminile, procedendo attraverso le emozioni che i personaggi sentono e senza bisogno di un percorso preciso. Ovviamente, aggiungo, senza avere la più pallida idea di dove andrà a parare, come minimo.

Questa descrizione mi ha molto intrigato, infatti mi trovo molto in quel modo e in quel mondo, così come ci trovo Madrigal. Però, l’avessi scritto io sto racconto, le figurine sarebbero macere di colore, umide, lungo come la morte con approfondimenti che “lasciate ogni speranza voi che entrate”. A volte noi femmine scriviamo di emozioni che diventano come slime, ti ci impantani dentro anche te che leggi, ti tirano giù, appiccicano, incollano, non ne vieni fuori più.

Madrigal, invece, scrive di quel mondo ma non in quel modo. L’immagine che mi è rimasta è tridimensionale, come le figurine in bianco e nero si muovessero a pop up sui fogli, sottili, scivolando mobili, leggere, non si inabissano nelle sabbie mobili. Lo vedi che hanno il distacco necessario per andare oltre, lo sguardo all’orizzonte. Un po’ perso magari, ma fuori dal brodo primordiale. Lo vedi a cosa serve un fumettista?

Nei fotogrammi di vita vissuta troviamo l’autore a pranzo con Zerocalcare, riconoscibilissimo dalle sopracciglia a tegola e il porcoddue immancabile. Dove Zero si siede ad ascoltare l’Armadillo, Madrigal si siede ad ascoltare Zero. Credo questa sia la rappresentazione fumettosa più aderente alla realtà che abbia mai letto. Non si appoggia a niente che non sia assolutamente vero, dentro e fuori.

E’ interessante osservare che il fumetto, così spesso nel tempo casa immaginata dei supereroi, ci porta ora a partecipare della casa vera degli uomini di oggi, supereroi fragili, per questo meravigliosi. Così veri, e completi.

Ad averne

So so Good

*

La versione arrivatami dalla biblioteca è la gold segnalata, cercate questa per poter godere delle 16 pagine integrative finali, un dietro le quinte mozzafiato.

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